sábado, 19 de noviembre de 2011

Histoires d'eau(x)

A Palermo, la parola "orientativo" è un fondamentale strumento di sopravvivenza. No, non voglio parlarvi di appuntamenti o orari "orientativi". Sarebbe banale e pretenzioso. Esiste una vasta letteratura, e poi non voglio togliere alla viaggiatrice la sorpresa di un'esperienza che può facilmente provare essa stesso al momento stesso del suo sbarco.

La pulizia delle strade è, ad esempio, "orientativa". Schiere di operai setacciano metro per metro la superficie della strada di fronte al parallelepipedo rosso in cui vive la mia famiglia - un edificio balzato anni fa alla ribalta della cronaca nazionale quando i teleutenti di tutto il paese videro che il seminterrato ospitava la sede dell'impresa di costruzioni di una coppia di fratelli "pentiti". Il gilet giallo rifrangente di rigore ne accentua l'aspetto di esseri soprannaturali, giunti da un altro pianeta; magari quella mitica Unione Europea le cui arcane direttive lo impongono. Tuttavia, il frutto di tanto accanimento lascia uno strato solo apparentemente casuale di rifiuti trascurati, come a ricordare che non solo le carrozze dei nobili spagnoleggianti tanto disprezzati da Goethe amano camminare su un suolo morbido. Senza ironia, il maggiore quotidiano della città riporta in prima pagina che il Presidente della locale impresa di nettezza urbana attribuisce alla sporcizia dei palermitani l'insufficiente pulizia delle strade. Non dice se si riferisce alla cittadinanza come concetto platonico, od ai suoi stessi lavoratori, che hanno natura lavoratrice e cittadina.

Esistono anche fermate dell'autobus "orientative". Per quanto ti sforzi a sbracciarti all'arrivo dell'agognato veicolo, l'autista guarda dritto davanti a sé e continua la sua corsa, intimamente fiero di assicurare ai suoi passeggeri la puntualità del servizio. Ma anche gli autisti  - così come i lavoratori della nettezza urbana - celano un cuore umano dietro la ferra maschera di servitori della società: se, superato il primo istante di sorpresa, il potenziale ed appiedato passeggero insegue l'autobus attraverso il traffico permanentemente congestionato della città, prima o poi, in un punto stabilito solo delle leggi del caso e della pietà umana universale, il veicolo si ferma, le porte si aprono, ed il viaggio prosegue con un passeggero in più.

Una di queste fermate "orientative" si trova a metà di Via Giafar, nel quartiere Brancaccio. Brancaccio è una delle periferie di cui ci si ricorda solo quando serve riempire le pagine di cronaca nera. La Via Giafar a metà mattina è il consueto labirinto di automobili, motociclette, camion, furgoncini e carrelli trainati a mano. La fermata dove dovrebbe concludersi il mio tragitto di passeggero incidentale è oggi l'appendice di un vicino negozio di frutta e verdura. Casse di arance, kiwi e cachi giacciono protette dalla tettoia. In effetti il cielo è grigio, potrebbe piovere.

Mi avvio verso la mia meta, schivando il bazar improvvisato. Un assembramento di uomini di ogni età indica una strada laterale. All'inizio non capisco. Sullo sfondo del filare di case basse ed irregolari si staglia una massa giallastra, un muro uniforme di pietre tufacee. Sottili irregolarità nella disposizione delle pietre suggerisce delle porte, e finestre più alte della case che lo circondano. Panni stesi, motociclette, giocattoli, ed una incongrua collezione di sedie da giardino addossate al muro creano l'indispensabile sensazione di anacronismo. Sono a Palermo, mi rassereno.

Ad una seconda impressione capisco di essere arrivato. Sono al Castello di Favara-Maredolce, appartenuto all'Emiro Giafar Ibn Muhammed nel IX secolo, poi residenza "di delizia" del Re Ruggero. Un cancro benigno nella bruttezza irrimediabile del Sacco di Palermo degli anni '60.

Passeggio attorno alle mura esterne, immerso in un olezzo di secrezioni animali ed umane. Ordine e caos si fronteggiano. La parete occidentale termina in un arco che incornicia senza nessuna ironia case ad un piano dai muri che trasudano muffa ed intonaco screpolato. Sono le ultima famiglie in attesa di sfratto, tutta la loro vita si è svolta nell'antico patio del giardino di sollazzo dell'Emiro, senza alcuna ombra di ironia.

L'interno del Castello (nome improprio, perché il Maredolce non è mai stato una struttura di difesa) vive in un limbo giuridico. È un cantiere privato, al quale il pubblico non ha accesso se non in occasioni in cui si va scoprendo poco a poco la carne nuda di questa corpo stupendo per il diletto voyeuristico della cittadinanza illuminata (che risponde con tanto entusiasmo da creare ingorghi di traffico in tutta la zona). Allo stesso tempo, è via pubblica e transito per le famiglie che ancora qui vivono, in attesa dei sapere che futuro le attende. Con la timidezza di chi viola uno spazio doppiamente privato mi avvicino al centro del patio. Dalla terra sventrata emergono antiche condutture, e suddivisioni di spazi. Non è solo il palazzetto arabo che respira l'aria umida del mattino nebbioso, ma anche - pare - una villa romana preesistente.

Mi accoglie il Signor. O. Le macchie sul volto e sulle mani incorniciano adeguatamente il suo parlare cadenzato, tranquillo, di chi sa che per andare avanti in Sicilia conta solo la l'ostinazione di chi vuole durare un minuto di più del proprio interlocutore-avversario. Lui del Castello è l'anima. Non ostenta un titolo, una carica, un responsabilità. A volte parla di una "Associazione" per cui offre volontariamente la sua energia di pensionato, ma rimarrò fino all'ultimo con la curiosità di sapere di quale associazione di tratta, o se lui abbia un ruolo formale. Ma non importa. Lui è l'energia interiore, la forza che sostiene il cantiere, si direbbe le mura stesse del Castello. È anche l'occhio preoccupato di quello che vi succede attorno; chiede alla dirimpettaia dell'Emiro di un familiare in ospedale, parla con effetto del custode ricoverato. Ed è, sopratutto, la memoria viva del Castello: del sollazzo durante la Palermo felicissima di epoca arabo-normanna; dell'orografia del Favara, sorgente del lago che circondava da tre lati il palazzo; dell'arroganza dei Teutonici che privarono gli abitanti del borgo dell'accesso alla medesima acqua sotto minaccia di scomunica; dell'ignoranza produttivistica delle Famiglie Bologna e Castelluccio, che trasformarono il Castello in una azienda agricola. Ai piedi del Monte Grifone, al di là dell'autostrada e quindi mondo inaccessibile nel tempo e nello spazio, la Chiesa di San Ciro è un muto rimprovero al capriccio della cultura che seleziona ricordi, testimonianze, epoche da ricordare ed epoche da lasciare nell'abbandono.

 Ci sono voluti anni. Una danza macabra di preghiere, minacce, petizioni, incontri stringendo mani sudaticce di assessori e funzionari obliqui e temporanei, promesse, leggi che non arrivano, e quando arrivano non sono accompagnate dal regolamento, e regolamenti che non servono perché mancano le risorse, o la forza per costringere le risorse a piegarvisi. Ma il Signor O. ha dalla sua l'orgoglio di un miraggio, la brezza che passa fra le verzure del giardino dopo avere strappato all'acqua del Favara un po' della sua frescura. Crede, con sano scetticismo della ragione, che questo miraggio possa ancora apparire. Il miraggio ha vinto l'ottuso attaccamento del Governo alla realtà. A partire dal 2009 la Regione Siciliana finanzia i lavori di restauro del Castello, che continuano. Una manciata di operai proteggono il loro Castello come se lo stessero costruendo per i loro figli. Mi avevano cacciato con arroganza e violenza (solo verbale) quando mi era affacciato per la prima volta all'area dei lavori. Non sanno quanto sono loro riconoscente per questo, ma lo capirebbero, credo. Lavorano e lottano per me, o - più precisamente - al posto mio. Quando siamo di fronte allo specchio originario del lago che si vuole nuovamente coperto della acque del Favara, il Signor O. sistema un ramo della staccionata il cui chiodo si era staccato. Tolleranza zero alla mancanza di dettaglio.

 Il Signor O. non solo vede miraggi. Sogna, anche. Sogna che il Castello sia il seme del "riscatto" dell'intero quartiere. Sogna circuiti turistici che portino viaggiatori di tutto il mondo a scoprire il mondo arabo-normanno, un mondo le cui tracce esistono solo in questo triangolo dell'universo, passando per la Zisa, il Palazzo Reale, La Cuba, e terminando a Brancaccio con la necessaria apoteosi gastronomica in una trattoria di cui mi dice un nome privo di risonanze (solo più tardi scopro che questa trattoria non esiste più, appartiene ad una Palermo che non solo lo spazio, ma anche il tempo mi rubano). Sono sogni che ho già sognato. Nemmeno l'olezzo dei cumuli di spazzatura abbandonata ed in putrefazione accanto all'ingresso della scuola elementare mi svegliavano.

 Non siamo d'altronde fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni? E non dobbiamo forse scuoterci questo sonno, che altro non è che la contraffazione della morte? Saluto il Signor O., e mi sovviene di Euridice che non vuole tornare alla Terra.

No hay comentarios:

Publicar un comentario