miércoles, 16 de noviembre de 2011

Vastità

Viaggiando per il centro della Sicilia si può capire perché storicamente il siciliano - dice Tomasi di Lampedusa - ha sempre pensato di essere il centro del mondo. Come si fa a non credersi il centro dell'Universo quando si domina con lo sguardo una schiera di valli e colline che non sembra interrompersi mai, fino a confondersi con le brume dell'orizzonte?

Lo penso mentre siedo sui pochi resti - rocce squadrate allo stesso modo delle pietre sagomate del vento - della Rocca Entellina, città degli Elimi sulle cui rovine gli arabi costruirono una fortezza a dominare la Valle del Belice. Gli Elimi vissero una delle tante epoche felici della storia dell'Isola, divisa fra il predominio della Fenicia Panormus (Palermo) e della greca Syracusae (Siracusa), ben prima che Archimede dette ai secondi il vantaggio del suo genio per costruire micidiali macchine da guerra. Il quarzo della pietra si rifrange in scaglie affilate e lucenti, come micidiali punte di frecce. Il passaggio di un trattore nella valle è un frastuono che interrompe l'urlo adirato del vento. All'imbrunire, una striscia bianca copre la cima della collina vicina, fresca di aratura. Dal suono ritmico dei campanacci distinguo un gregge, un serpentone candido che si snoda verso valle prima che la sera taccia.

C'è ancora tempo di visitare il vicino Castello Calatamauro - penso. Un'immagine di una ventina di anni fa mostra un torrione di pietra bianco, a malapena distinto dalle rocce calcaree che dominano Contessa Entellina. Imbocco una strada di campagna che alterna tratti asfaltati a rovi e sterpi. In uno dei tratti meglio mantenuti la strada si trasforma improvvisamente in una boscaglia fitta, difficilmente penetrabile perfino a piedi. L'incoscente tentativo di varcarla si interrompe di fronte a una rete di filo di ferro arruggunito che separa l'infinito dall'infinito, metafora di ogni frontiera e proprietà. Ritorno, perplesso. A casa, confrontando il mio percorso con la fotografia passata, mi accorgo che il perimetro attorno alla rocca del Castello è adesso recintato da un muro; un cancello proibisce l'ingresso, ma discretamente omette di accennare al tesoro storico che racchiude (peraltro debitamente segnalato da vari cartelli stradali lungo il cammino), come a vergognarsi di impedire al visitante la fruizione di un bene pubblico.

 Ritorno verso Palermo. Questa volta è la serrata dei benzinai contro un provvedimento fiscale del Governo (tre "giorni di Passione" per gli automobilisti, come li descrive la radio) a farmi tornare verso la il caos sicuro della città. Tranquillo sentimento di pienezza e di soddisfazione - sicuramente contribuisce il "panificio storico" di Corleone da cui si cono provvisto di calzoni, focacce e biscotti per pranzo. Sulla piazza centrale gruppi di studenti aspettano la corriera per - andare a scuola? tornare da scuola? dove si può andare carichi di zaini e libri alle tre del pomeriggio? I loro drammi, le loro grida sono le stesse dei giovani di tutti gli studenti del mondo - amori disperati, amicizie eterne; occhi e mani che parlano il linguaggio di sensi che non possono esprimersi socialmente. Mi chiedo se sappiano della curiosità che il loro essere corleonesi susciterebbe in un loro coetaneo di Oxford o Saragozza, se sanno di essere anche loro al centro dell'Universo di storia e terrore, una rete di pregiudizio che il Centro di Documentazione del Movimento Antimafia ("giri guidati ogni ora", avvisi in italiano ed inglese) non basta a dipanare. Magari lo sanno, e non se ne preoccupano, eterni come sono. Nemmeni i tre vecchi che discutono e mezze parole di quotidiane ingiustizie sembrano doversene preoccupare.

 La Piazza Falcone e Borsellino di Corleone è un istante di immersione nella vita. Alle Terme di Cefalà Diana un'impiegata della Sovraintendenza Provinciale alle Belle Arti (credo) mi ripete a memoria come una scolara coscienziosa la lezione sulla fauna e la flora del Parco di Pizzo Chiarastella, i gufi che si nascondono negli anfratti delle pietre millenarie e rigettano il cibo che non possono digerire (debitamente mostrato al visitante), ed i plastici delle scolaresche vicine che mostrano l'interno delle Terme, che oggi, però, non si possono visitare - sono gestite de un altro ente. Alla fine della lezione scrivere un commento nel libro di visite è obbligatorio, ma è un obbligo gradevole. Al Castello di Marineo, un'esposizione con eccellenti pannelli esplicativi (e stampati con caratteri grandi, che anche una vista in declino può leggere senza difficoltà) riportano in vita l'antica città di Makella, altro centro elimico che dominava la Valle dell'Eleuterio. Qui i Normanni riportarono una vittoria decisiva nella loro marcia di conquista dell'isola, che gli permise il controllo di una via d'acque navigabili fino a Solunto, aprendosi la via verso Palermo. Uno degli impiegati mi racconta, con la discrezione e la semplicità cristallina di chi si scusa di "non essere un esperto", la storia di questi reperti straordinari: coppe e bicchieri di uso quotidiano di un disegno semplice ed avvenieristico, ceramiche a decorazioni geometriche squisite, resti di elmi millenari che "non dovrebbero mai essere stati qui". Una mostra di fotografie sulla memoria della Sicilia nell'Unità d'Italia mescola incongruamente tessere annonarie del fascismo, Lima e Ciancimino all'uscita del Teatro Massimo (la moglie di Don Vito, avvolta in una macabra stola di volpe, fa da simbolo del potere della Democrazia Cristiana nell'Isola), le donne che preparano lo stratto di pomodoro, spargendolo su grandi tavole di legno a seccare. Due ragazze guardano dalla finestra della loro casa-prigione, e la loro bellezza è dolorosa, come tutte le cose perdute senza averle possedute. La mia guida si rammarica che la Regione non faccia nessuna pubblicità a questo museo, di cui effettivamente sembro essere il primo e probabilmente unico visitante della giornata. Mi trattano con la distinzione dell'ospite di riguardo in una festa familiare. Questo, naturalmente, non sembra impedire alla Regione di ritenere sei impiegati indispensabili per la sua gestione quotidiana.

 Al Castello di Cefalà Diana ritorno allo scopo originario del mia viaggio, il contatto con la pietra, il vento e la terra. L'arco di quella che nove secoli fa era una grande sala incornicia il cielo azzurro pieno, una di quelle maledizioni della natura che fanno accettare al siciliano di vivere in un eterno e disperato presente - così dicono la buona e la cattiva letteratura degli scrittori isolani. In fondo, al di là di Misilmeri, il mare è un altra ferita dolorosa, un desiderio bruciante perché insoddisfatto. Sembra molto più lontano del giorno di cammino, un giorno che per i contadini della zona era un lusso inestinguibile. Giù, non visti (o sì?) un gruppo di contadini confabulano. L'antica diffidenza riemerge: perché si incontrano proprio lì, proprio adesso, al "riparo da occhi indiscreti" (il Castello è ufficialmente chiuso alle visite turistiche) come si scriverebbe in un romanzo poliziesco o in un articolo di cronaca nera? Quando riscendo la scale che portano al Castello, le loro automobili circondano la mia. Immagini di un terrore che è passato e presente nel territorio mi tornano alla mente. Rido di me stesso, ma solo a metà. Passo attraverso la muraglia umana, senza scambiare uno sguardo od un saluto, guardando dritto un paesaggio che non vedo. Mi ignorano, come io li ignoro, salutandosi.

 Se fossi un turista statunitense potrei raccontare di avere interrotto con la mia sola presenza un summit di boss mafiosi.

 Ma sono un palermitano emigrato. In città mi aspettano il caos del traffico, le code davanti ai benzinai (le pompe, prese d'assalto, sono ormai secche), la serie inesauribile di omicidi del telegiornale di Canale Cinque, e lo spread, che è altra e ben più triste cosa dello stratto.

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