viernes, 16 de marzo de 2012

Il miraggio demagogico delle primarie


Nella mia città di origine si sono appena svolte delle “elezioni primarie” per scegliere il candidato alla carica di sindaco per un’alleanza di partiti di centro-sinistra. A due settimane dalla chiusura dei gazebo: si ha proclamato ufficialmente un vincitore; una candidata sconfitta è ricorsa a un Comitato di Garanti nella speranza di ottenere l’annullamento delle primarie; volano accuse di brogli di tono razzista; è intervenuta la Magistratura, incluso con perquisizioni in sedi di partito; importanti dirigenti politici dichiarano che mai si sottoporranno alla disciplina del risultato, e cercano disperatamente un candidato alternativo, mentre altri si offrono “generosamente e disinteressatamente” come candidati di consenso. Rabbia, frustrazione e vergogna collettiva: sono questi i sentimenti dominanti che il popolo dei militanti e dei simpatizzanti del centro-sinistra esprime sui mezzi di comunicazione e nelle reti sociali per il risultato così poco edificante di quella che doveva essere una festa della democrazia.
Buona parte delle reazioni indignate attribuisce la mancanza di rispetto del risultato delle “elezioni primarie” ad ambizioni personali, alla vendetta di un ceto politico che si è sentito delegittimato per la vittoria di un candidato non gradito alle segreterie dei partiti. Per quanto questi elementi sicuramente esistono, sopratutto in una città che passa tradizionalmente per essere un “laboratorio politico nazionale”, io credo che l’oggetto di queste critica scambia la crisi con l’effetto.
 Sono convinto che quando accaduto dimostri il deficit democratico delle “elezioni primarie” come processo di selezione della classe dirigente in un sistema democratico rappresentativo. Propongo quindi che si restituisca alle segreterie dei partiti il dovere e la responsabilità si scegliere i candidati a cariche pubbliche a ogni livello. La mia proposta si fonda sui seguenti punti:

1.     i partiti costituiscono un elemento imprescindibile della struttura istituzionale nell’attuale democrazia rappresentativa. Questa forma di democrazia può piacere o no; io personalmente favorisco forme di democrazia più decentrata e diretta. Però, se si accetta il gioco istituzionale della democrazia attuale (cosa che si fa esplicitamente se si accetta di partecipare alle elezioni), non esiste alternativa democratica al ruolo di mediazione e di rappresentanza degli interessi sociali rappresentato dai partiti
2.     una delle funzioni fondamentali dei partiti è la formazione delle classi dirigenti. Nei partiti si impara l’arte della mediazione e della rappresentazione politica e livello istitutzionale. Naturalmente possono e devono accedere alle istituzioni anche cittadini che non siano inquadrati nei partiti. Però accedono il più delle volte senza un’esperienza specifica di come funzionano le istituzioni – con i rischi e le opportunità che questo comporta
3.     il partito è un’intelligenza collettiva in cui questa esperienza si plasma, si consolida e si trasmette. Naturalmente ci si può improvvisare consiglieri, assessori, parlamentari o perfino ministri, così come si possono fare riparazioni caserecce dell’impianto elettrico nella propria casa senza essere elettricisti, coltivare il giardino di casa senza essere agronomi, o aiutare i nostri figli a fare i compiti di matematica senza essere laureati. Lasciare a un vicino qualsiasi che ci metta a norma l’impianto elettrico, gestisca un’azienda agricola, o risolva sistemi di equazioni differenziali di secondo grado già richiede un atto di coraggio
4.     le “elezioni primarie” sono il meccanismo che partiti con poche idee e in crisi di identità hanno imposto per abdicare dalla loro responsabilità di selezione delle classe dirigenti, e che una cittadinanza ansiosa di contare di più ma ingenua ha accettato acriticamente. La forma in cui le “elezioni primarie” si svolgono (che è il soggetto dei punti rimanenti) dimostra che si tratta di un miraggio democratico, o – più esattamente  – demagogico.
5.     la mancanza di chiarezza nella definizione del censo elettorale favorisce gruppi di interessi occulti. Si possono riversare voti su un candidato “indipendente” perché faccia una politica diversa da quella della coalizione che rappresenta (naturalmente, non voglio alludere a che sia veramente successo); su un candidato debole per favorire il candidato di un’altra coalizione (naturalmente, non voglio alludere a che sia veramente successo), su un candidato disonesto o semplicemente privo di risorse finanziare istituzionali perché appoggi interessi particolari (naturalmente, non voglio alludere a che sia veramente successo)
6.     le “elezioni primarie” indeboliscono internamene la coalizione che le organizza. Durante le primarie, gruppi di militanti e simpatizzanti realizzano un forte investimento emotivo sul loro candidato. È molto difficile che questi stessi simpatizzanti e militanti possano onestamente reinvestire queste risorse emozionali a favore di un altro candidato, contro il quale hanno duramente combattuto fino a poche settimane prima
7.     le “elezioni primarie” rafforzano la personalizzazione della politica, poiché concentrano l’attenzione sulla personalità dei candidati invece che sulle loro idee. Sono parte di un’involuzione della politica nei paesi a democrazia rappresentativa, per la quale si rafforzano i legami di complicità personale fra un candidato e i suoi elettori, che gli permetteranno – una volta eletto – di sentirsi libero dal seguire un’ideologia coerente
8.     le “elezioni primarie” indeboliscono l’autorità di un candidato. Chi vince grazie ad una manciata di voti non potrà facilmente togliersi di dosso la “macchia” di essere stato eletto più per un azzardo del destino che per essere il candidato più capace delle coalizione che lo propone, mentre la base elettorale delle primarie (qualche decina di migliaia di voti nella mia città) è insufficiente per dare amplia legittimità popolare alla scelta
9.     le “elezioni primarie” sono un metodo di selezione della classe politica inventato negli Stati Uniti, paese dove la corruzione e la dipendenza dei candidati da potenti lobby imprenditoriali e finanziarie è massima, e ha un peso enorme nelle politiche portate a capo a livello globale dal Governo Federale
10. naturalmente esiste un problema di “deficit democratico” nei partiti, così come un’incapacità di molti partiti, anche a sinistra, di rappresentare esigenze e bisogni sociali. Sperare che si possa risolvere questo deficit con le “elezioni primarie” è un altro miraggio. Una cittadinanza impegnata che voglia partiti più vicini alla “gente” o alla “società civile” non ha alternative a una loro “riconquista”, lavorando attivamente al loro interno, o alla fondazione di nuovi su nuove basi ideologiche o organizzative. È una lunga marcia, perché negarlo?, fra enormi difficoltà e probabilmente destinata all’insuccesso nove volte su dieci. Ma ogni scorciatoia, come le “elezioni primarie”, è solo un altro miraggio demagogico

Con indipendenza di quanto scritto fino a ora, non è superfluo sottolineare che: pacta sunt servanda. Se una coalizione accetta di tenere delle elezioni primarie, ha l’obbligo morale prima ancora che politico di accettarne il risultato qualunque esso sia. Ogni altro atteggiamento è moralmente e politicamente inaccettabile. Quindi, nonostante tutto, i miei migliori auguri al candidato-sindaco della coalizione di centro-sinistra per la mia sfortunata città di origine.

lunes, 5 de marzo de 2012

Historia de L.: un cuento para amigos, y para los que no saben de serlo


Tengo un amigo. Esta amigo se llama L. L. arrastra desde muchísmos años un gran defecto: nunca sabe decir que no.

 Ejemplo: el poder echa a la calle algunos millares de profesores de la escuela pública, mientras que forra de dinero colegios privados que le son fieles. Un poco aturdidos, sin saber a quienes volcarnos, llamamos: “¿L., nos echas una mano a párales los pies? “ No acabamos de pronunciar la ultima “s”, que L. ya ha desaparecido en una neblina verde, repartiendo algunas millares de octavillas.

 Otros (no, de verdad no son “otros”; son los mismos de antes) quieren hacer del agua que bebemos una fuente de negocios para unos sinvergüenzas que serían capaz de extraer dinero de la sangre de su propia madre, si la tuvieran. Nos entra el pánico ¿Qué hacer? Nos miramos, otra vez un poco perdidos. L. se calla, nos mira, mira para abajo, fruye un poco el ceño, coge lápiz y papel y dibuja el plan de resistencia.  Mientras que nosotros lo estudiamos, ya L. está preparando la próxima pancarta, otra vez desaparecido en una neblina, esta vez azul.

 Y esto lo pierde. Por qué L. tiene otro gran defecto: que no es solo mi amigo (bueno, a decir toda la verdad yo lo conozco muy poco), sino de mucha y mucha, y mucha otra gente. Y toda esta gente son como mil riachuelos que L. canaliza, fluye, mezcla, pone en contacto, moviliza. Los amigos de los amigos se vuelven amigos entre ellos, tejen redes, complicidades y otras amistades con otros que de L. solo han oído hablar por terceras personas.

 Hoy he aprendido que somos 167000; 167000 amigos que, en un domingo de cielo gris y buen futbol, se han acercado a mesas y carpas distribuidas por toda la Comunidad de Madrid para decir que sí, queremos que el Canal de Isabel II sigua siendo público, 100% público.

 Pero, hoy he aprendido también que 167000 amigos asustan al poder, si el poder es su enemigo.

 El poder ahora tiene miedo. Y el poder es también présbite: solo ve su forma de existir y de funcionar. “167000 amigos no pueden ser una realidad. Son un espejismo, un truco de magia. Tiene que existir un hechicero que crea esta ilusión de amistad colectiva. Si cortamos la cabeza de este mago, las mareas de los 167000 amigos volverán a ser una masa amorfa y anónima.” – esto piensa al poder.

 El poder – que tiene miedo – tiene también a sus periodistas. Sus periodistas  escriben columnas en sus periódicos. Y justo hoy, el día que 167000 amigos han descubierto de serlo, una de estas columna habla de L.

 ¿De qué habla la columna? No habla de la niebla verde que deja cuanto corre de una manifestación a una asamblea, ni de la niebla azul que deja cuando sale de un reparto de octavillas para dar una charla. No habla de las escuelas que cierran, del agua que nos roban, del trabajo que desaparece, de la luz con la qué unos señores se forran a nuestra cuesta.

 ¿Y de qué habla, entonces? Pues, habla del coche de alta gama, de las propiedades, de los terrenos, de la cubertería de plata que mi amigo L. no posee, pero que sería bueno que tuviese para que los 167000 amigos empezasen a sospechar de el. Y más. Habla de donde vive. Muestra una fotografía de buena calidad y formato adecuado para que cualquiera pueda reconocerlo en la calle. Para que los que todavía no saben que son sus amigos, empiecen a odiarlo.

Avvertimento. Así se llama en mi tierra. El diccionario lo traduce muy bien: “intimidación”.  No sé si lo hemos aprendido nosotr@s de vosotr@s o al revés. Sin embargo, en mi tierra quienes lanzan estos avvertimenti se identifican con una sola palabra: mafiosi.

 Así que hoy también he conocido un nuevo mafioso. Se llama: V.. El periódico mafioso que le paga su sueldo miserable se llama “El Mundo”. Cada uno haga con esta información lo que su conciencia de ciudadano le sugiere.

 Yo, por mi cuenta, lo cuento a mis 167000 amigos.