A 78 anni la
morte è un fatto naturale. Se è la morte di un artista che milioni di persone
hanno amato per la sua musica, la tristezza è fatta della stessa materia dei
sogni, della saggezza, della rassegnazione, della pienezza di sé. Non è
l’assenza; è la presenza inevitabile, è il trionfo degli eroi nelle nebbie del
tempo e delle pianure.
Invece la morte di Enzo Jannacci porta
con sé la perdita della speranza. È un altro segno millenaristico della morte
dell’intelligenza collettiva, un passo alla biforcazione fra civiltà e barbarie.
È un altro passo nella direzione sbagliata.
Enzo Jannacci era parte della vita
culturale di una Milano che faceva della sua vivacità intellettuale un
orgoglio, non una vergogna da nascondere dietro le vetrine ricolme di stole di
visone e panettoni (oggi sarebbero smartphone
e fuoristrada). Era una Milano dove la cultura popolare e la cultura “alta” –
qualora questa differenza abbia mai avuto un senso qui o altrove – andavano a
braccetto e a testa alta per rivendicare il loro ruolo di guide morali della società;
dove l’ironia umiliava l’arroganza dei potenti; dove l’allegria aveva il
sorriso della solidarietà; dove il sapere aveva sabor y sentido solo quando condiviso con coloro cui il potere lo
negava; dove la storia serviva para negarne la lettura interessata delle classi
dominanti; dove un bicchiere di vino creava legami umani, non atmosfere; dove
il collettivo è più della somma degli individui che lo compongono; dove ci s’impadroniva
della luce della ribalta per girarla verso Vincenzina davanti alla fabbrica,
verso la lente a contatto di Bobo Merenda, verso l’orma delle scarpe de tennis
sulle spiagge dell’Idroscalo, verso gli anarchici che salutano le bianche
montagne ticinesi, “Repubblica borghese, un dì ne avrai vergogna”.
Oggi Milano è nuovamente la capitale culturale
di un paese. Ma è un altro paese. È il paese che ostenta il suo odio per la
cultura, per l’intelligenza, per i saperi, per la dignità di ogni essere umano,
per la cultura del lavoro e dello sforzo di chi lavora perché fa, non perché
dice ad altri di fare. Il re, il ricco, il cardinale, il vescovo, perfino il
cavallo ridono. Il contadino è sano, tutto d'un colpo. Non ride più. Non c’è
più Enzo che gli ricordi che una risata li seppellirà.
Senza la minima intenzione simbolica,
due rondini nere si posano sul mio singhiozzo. Ma già non c’è un filo
telegrafico che lo porti lontano.
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